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domenica 29 agosto 2010

Vùto Tabasco?

Giornata tipica americana? Andiamo al Greenfield Village!
I miei piccoli lettori saranno ora curiosi di sapere di cosa si tratta. E anche se non lo sono, io lo spiego lo stesso, tiè.
Gli americani non hanno abbastanza monumenti storici da far visitare alla gente, quindi hanno ben pensato di smontare le case dei personaggi storici, metterle in uno o più camion, trasportarle a Dearborn e rimontarle.
Così la gente può vederle, e camminare dal negozio dei fratelli Wright alla casa del tipo che ha scritto la prima enciclopedia.


Tra le attrazioni più gettonate c'è anche quello che sembra essere il primo paninaro onto della storia a stelle e strisce. Badole resta sempre Badole, però.


Un'altra attrazione del parco è Kristen, con la quale è sempre un piacere fare gli stupidi.


E concludiamo il nostro tour con la ragazza dal lavoro peggiore del mondo. Ci sono 35 gradi col mille percento di umidità e lei deve stare di fianco ad un caminetto acceso, vestita di lana, a spiegare quanto freddo è l'inverno nelle cascine della Pennsylvania.

Party Animals

La festa ufficiale per il compleanno di Kristen è sabato sera, quindi Claire mi passa a prendere ad Ann Arbor per una serata indimenticabile tra i pub, bar, club e quant'altro di Detroit.
Porto pigiama e spazzolino, che non si sa mai. Serviranno, ma non per dormire.
Il modo di celebrare un qualsiasi evento in Michigan è molto semplice. Si va in un bar, si sta là un po', ci si stufa, si cambia posto, ci si stufa ancora, si cambia posto ancora. Ripetere fino a quando l'ultimo locale non chiude, e mescolare con drink di diverso tipo e gradazione alcolica e musica da ballare.
Di solito [tutta la mia vita tranne quel giorno] non sono uno di quelli che adorano ballare, però devo ammettere che l'atmosfera di downtown Detroit è ben diversa da quella dell'Arcella o di Brusegana ed in qualche modo invoglia il Tony Manero che è in me.
Lanciatissimo, mi esibisco in passi e movenze che nemmeno io sapevo rientrare nel mio arsenale [ero sobrio. Beh, abbastanza sobrio]. I miei compari festaioli non sono da meno, e la serata letteralmente vola. Conosco all'incirca diecimila persone, novemilanovecentosessanta di esse non sono minimamente parte della festa, ma in Michigan la gente è ben più socievole che a casa [purtroppo!].
Oltre che Kristen, Claire e Phil, la mia posse comprende altri quattro elementi divertentissimi: Allen [fratello di Kristen del quale non esistono riscontri fotografici], Kevin [il tipo che porta una polo blu grande come l'accappatoio di Giuliano Ferrara], Ashley [morosa di Allen, e qui mi fermo con le descrizioni] e, gran finale, Bubba [maglia rossa e cappellino].
Alzi la mano chi non ha mai sognato di conoscere una persona di nome Bubba.
Questo ragazzo di età indefinita è un tipo alquanto fuori di testa ma simpaticissimo. Continua a darmi il cinque e a dire "I like this guy!". No, lo urlava, quindi è più qualcosa come "I LIKE THIS GUY! I FREAKIN LOVE THIS GUY! YOU'RE MY MAN, PEOPLE: I LOVE THIS GUY!".






In men che non si dica ci ritroviamo a stracciare una sfortunata coppia di novizi del gioco del biliardino. La goleada rifilata al tipo coi capelli lunghi emoziona Bubba al punto che invita tutti a casa sua, dove ha una piscina.


Un po' per pudore, un po' perché ho speso un sacco di soldi per comprarla, la macchina fotografica è rimasta a casa.
La "serata" finisce alle 7 di mattina, davanti ad un Coney Island hot dog e un vassoio di chili cheese fries.
Da incidere a caratteri dorati nell'enciclopedia sotto la voce Epico.

A2

Eccomi arrivato dove il sottomarino di Lost arriva al capolinea. Mi chiedo ancora come faccia, è un casino arrivare ad Ann Arbor via mare.
Arrivo accompagnato da Steve, il superpapà più figo del mondo, il quale porta me, Eugenia e Giovanni [colleghi economisti] a banchettare nel più americano dei Buffalo Wild Wings.




Cercando di digerire il lauto pasto a base di ribs&wings, ci dirigiamo verso The Big House.
Con The Big House si definisce lo stadio di football della University of Mighigan. Lo usano una decina di volte all'anno [6 partite in casa, le cerimonie di laurea e, molto raramente, qualche altro evento]. Ecco, dato che lo usano così di frequente hanno ben pensato di costruire lo stadio più grande d'America: 109.901 persone. Per confronto, la popolazione di Ann Arbor è di circa 114.000 persone. Ah però!
Peccato che non ci si possa entrare!


Arrivo poi alla mia nuova casa, ovvero la casa di Mike, in Brown Street. Il dito sopra la foto è il mio, ma non ho il tempo di photoshoppare e non avevo un cappellino come i veri fotografi [vero Simo?].
Il mio amico batterista deve andare al lavoro, fa la guardia in una residenza di studenti. Significa che deve aiutare le persone ubriache a prendere l'ascensore.
Conosco Liz, la sua supersimpatica e supertatuata inquilina, e mi metto a mio agio.


La serata passa in compagnia di Phil e Levi, bevendo caffè [si, caffè italiano, perchè uno dei millemila pregi di Levi è quello di amare il buon cibo ed il belpaese] e ricordando i loro tempi patavini.

mercoledì 18 agosto 2010

Please Mr. Postman

Tutti voi sapete quanto io ami la musica, non tutti però sapranno che ultimamente mi sono avvicinato parecchio al soul. E quando si parla di soul, c'è da tirare in ballo la Motown Records.
Ora vi annoio con un po' di storia.

Etichetta discografica protagonista di un ventennio di musica nera, la Motown non rappresenta solamente un punto di riferimento artistico, bensì una pietra miliare della storia moderna. Grazie ad artisti del calibro di Marvin Gaye, The Temptations, Diana Ross and the Supremes, Stevie Wonder, Th
e Four Tops, The Jackson 5 e molti altri [responsabili di ben 110 top ten hits dal 1971 al 1961], quel geniaccio di Berry Gordy Jr. è riuscito a dare il via ad una rivoluzione culturale che ha portato alla fine della segregazione razziale negli Stati Uniti.

"Into the '60s, I was still not of a frame of mind that we were not only making music, we were making history. But I did recognize the impact because acts were going all over the world at that time. I recognized the bridges that we crossed, the racial problems and the barriers that we broke down with music. I recognized that because I lived it. I would come to the South in the early days of Motown and the audiences would be segregated. Then they started to get the Motown music and we would go back and the audiences were integrated and the kids were dancing together and holding hands." - Smokey Robinson


Non si potevano fare foto all'interno, purtroppo, quindi dovete accontentarvi della mia misera descrizione.
Tutto quanto è così com'era un tempo. La guida ci guida [ma và?] attraverso le stanze di quella piccola casa che rappresentò l'ombelico del mondo musicale per così tanti anni.
La semplicità attraverso la quale si materializza il genio delle persone che vi lavoravano è a dir poco disarmante: come fare per migliorare la voce di un cantante? Aggiungiamo un po' di riverbero, naturalmente! Però è il 1960, non lo posso aggiungere al computer, e non c'è molto che possa aiutare. Serve uno spazio adatto. Detto fatto, facciamo un buco sul soffitto e ci cantiamo dentro. Ebbene, quel buco è ancora lì, e se ci si va sotto e si schioccano le dita viene la pelle d'oca a sentire che il suono che esce da quel soffitto buio e polveroso è l'intro di Baby Love delle Supremes.
Pelle d'oca che si mantiene a livello pressoché costante per tutto il tour, e raggiunge il pi
cco in altre due occasioni. La prima quando noti che il distributore di merendine è ancora quello degli anni 60, e che le preferite di Stevie Wonder sono le quarte da sinistra, sempre le quarte da sinistra, nemmeno un cieco si sbaglierebbe. La seconda quando si entra nel leggendario Studio A [non c'è uno studio B, però fa figo chiamare il tuo unico studio in un modo che lasci intendere che tu ne abbia molti altri]. In quella stanza incidevano i Funk Brothers. Chi??? Eh, loro suonavano ad orecchio, senza spartiti, e non si esibivano dal vivo. Però hanno registrato più canzoni finite al primo posto in classifica di Elvis, Beatles, Rolling Stones e Beach Boys MESSI INSIEME.
E poi in quella stanza c'è uno splendido Steinway nero. Chi l'ha usato per l'ultima volta? Marvin Gaye per incidere Let's Get It On. Chi ha gli occhi lucidi e lo sta accarezzando ora? Io.



P.S.: Senza l'aiuto di una splendida persona non avrei potuto vivere nessuna di queste emozioni. Thank you, Chris Samfilippo.

Bahama Breeze

Il fuso orario mi crea ancora qualche problema, specialmente per quanto riguarda le ore dei pasti. Decido allora di dedicarmi all'antica arte della cucina: cooking class con il resto degli studenti italiani! La cuoca Antoinette, di origini francesi, ci spiega la sua passione per il cibo italiano. Beh, alla fine il pranzo è stato buonissimo, anche se la cosa più italiana era il mio pollo arrosto. Il resto del menu spaziava dall'insalata condita col gorgonzola ai tortini di mais e uova.


La sera mi trasferisco a casa Hill, dove vengo accolto dai genitori di Kristen. Sono probabilmente le persone più simpatiche del mondo, non riesci a non ridere ogni 2 minuti con loro intorno.
Il programma della serata è tranquillo, ma divertente. Cena all'esotico ristorante Bahama Breeze, dove mangio degli ottimi coconut shrimps [si, gamberi fritti con salsina al cocco... cosa volete, il pollo del pranzo era troppo sano per continuare su quella strada!]
Incontro così i divertentissimi amici di Kristen: Matt, Lauren ed Ashley.


Ed anche Jeremy, suo moroso. La prima cosa che ha fatto è stata offrirmi una birra, ed ora continuiamo ad offrirci una birra a vicenda ogni volta che ci vediamo.
Ci mettiamo d'accordo per andare a giocare a basket la mattina dopo. Sarà per via dei coconut shrimps, sarà per il fuso orario, sarà per le birre della sera prima, sarà anche perchè io sono scarso e lui tira da tre sia di destro che di sinistro, ma mi ha fatto il mazzo.

sabato 14 agosto 2010

What up Doe

Eccomi di nuovo in territorio statunitense, pronto finalmente a visitare Detroit.
La mia avventura quotidiana inizia con una capatina alla business school di Dearborn, luogo a cui devo molto [come ad esempio i soldi per il viaggio]. Non è un campus molto esteso, ma le strutture sono ottime e si addicono ad una delle migliori scuole di business del paese. Entro nella hall e mi guardo intorno. Su una parete ci sono un sacco di foto di Claire, Phil e Levi: ho amici famosi!


Faccio un salto in ufficio da Noela ed aspetto che Mike e Bryan passino a prendermi per fare un giro. Sulla parete campeggia un megacartellone con un sacco di foto dell'Italia. Noela mi dice che è il cartellone che espongono per promuovere il programma. Ci sono anch'io tra le foto, quindi vuol dire che probabilmente ho avuto anch'io i miei 15 minuti di fama nella prestigiosa hall ambita da tutti, e forse ne avrò altri 15 l'anno prossimo. Magari anche 20, con la scusa che conosco chi ha fatto il cartellone.


Finalmente arriva Brichael [esatto, si possono considerare come una persona sola], montiamo in una Lincoln nera superstilosa e ci avviamo verso la Motor City. Rivedere certe persone dopo così tanto tempo è una bellissima sensazione. Parliamo di tutto come se non fosse passato nemmeno un giorno dall'ultima volta che ci siamo visti.

Dopo un piacevole giro in macchina, arriviamo a Detroit. Su questa città se ne sentono di tutti i colori... beh, è un posto veramente particolare: tanta ruggine, qualche palazzo abbandonato lascia intuire che spostandosi verso le aree meno centrali si possa trovare una vera e propria città fantasma. Bryan conferma, dice che dal suo ufficio si possono vedere interi quartieri deserti. Mi piacerebbe vederli, ma probabilmente significherebbe rischiare la vita e mi accorgo che non ho il numero dell'A-Team salvato nel cellulare. Meglio non rischiare, allora: nessun'altro potrebbe tirarmi fuori da una tale giungla di cemento e gangster.
Incontriamo per caso degli amici di Bryan e ho la fortuna di visitare casa loro: è un vecchio locale riadattato a casa. C'è ancora il palco, con tanto di casse e mixer. Un vecchio pianoforte precede i mobili della cucina. Sti tipi organizzano concerti a casa loro, e la casa consiste praticamente in un palco con angolo cottura!

Giunge finalmente il momento di comportarsi da vero detroiter. Partita di baseball dei Tigers al Comerica Park, birra e hot dogs, mai fatto una cosa più americana di questa!
A dir la verità i Tigers hanno fatto davvero pena, perdendo 8-0, però me la sono passata bene lo stesso. Alla fine nessuno va là per vedere la partita: si sta allo stadio a chiaccherare e rilassarsi. Piccolo particolare, lo stadio è in centro città. Guardando oltre gli spalti si distingue la skyline di Detroit ed è veramente un bel vedere.

venerdì 13 agosto 2010

Toronto Skyline

Il mio ultimo giorno nella terra della foglia d'acero comincia di buon'ora. Stavolta vado in solitaria, dato che sono l'unico pazzo ad alzarsi presto per sfruttare tutto il tempo utile. La mattina visito Younge Street e Queen's Park, con la zona universitaria. Tutto bello, anche se le mie gambe chiedono pietà per i chilometri macinati. Il pomeriggio opto per la metropolitana, così riesco ad arrivare fino al porto e prendo il traghetto per Ward's Island: il risultato lo potete benissimo commentare da soli! Inizia a piovere proprio quando saliamo in pullman per tornare a casa, ma Don dice che si tratta di "liquid sunshine". Per fortuna!





giovedì 12 agosto 2010

Maid of the Mist

Da bravo polenta mi dimentico la batteria della macchina fotografica in albergo. Naturalmente me le dimentico proprio il giorno della visita alle cascate del Niagara! Poco male, scrocco le foto degli altri e mi godo ancora di più la giornata, senza avere distrazioni superflue. Ciò che stupisce di più delle cascate è che sono praticamente in mezzo alla città di Niagara Falls, io pensavo fossero molto più in mezzo alla natura. Superato lo shock, guardo fuori dal finestrino del bus e resto senza parole di fronte allo spettacolo che mi si presenta davanti: la devastante potenza di un largo fronte d'acqua in caduta libera per 50 metri fa capire subito perché quel posto è così famoso. Andare là sotto con un piccolo battello sbattuto dalle onde è una delle emozioni più belle di sempre. La sera passa tra Little Italy e Downtown. Ciliegina sulla torta: cena italiana in un posto italiano con tanto di conto all'italiana ["Ragazz', se pagat' in contant', vi posso fà llo sconto e nun pagate le tass' "].

Oh Canada! Our Home and Native Land!

Salgo sul pullman per primo, seguito da quelli che saranno i miei compagni di viaggio per i prossimi tre giorni. L'autista si chiama Don: è un uomo sulla sessantina, rodato da milioni di chilometri di strada. Il capello bianco sta saldamente pettinato all'indietro, se Johnny Cash lo vedesse ne andrebbe fiero; fuma la pipa e parla come i cowboys nei film. Ha sempre una polo blu e sfoggia con orgoglio il cartellino dorato recante il suo nome. Un vistoso orecchino gli serve a sottolineare quanto cool si possa essere anche alle soglie della terza età.

Le nuvole che coprono il cielo di Toronto non ci scoraggiano dal partire subito per una lunga passeggiata verso la CN Tower, passando per Chinatown.
Lascio che siano le foto a parlare [anche perché se no vi rompete troppo le scatole].

sabato 7 agosto 2010

The Match of the Titans

Stranamente mi sveglio senza l'ausilio di nessun congegno elettronico. Sarà che le 8.30 di mattina a Farmington Hills corrispondono alle 2 e mezza di pomeriggio in Italia. Il mio orologio biologico è ancora puntato sull'ora italiana, l'effetto è quello di bere una Red Bull senza sentirsi quel gusto strano in bocca. Parto con Elena alla volta di Ann Arbor. Il sole bacia le enormi strade americane, e finisco col prendere un iced coffee da Starbucks: mi devo ricredere, è quasi buono.
Dopo aver sbagliato strada un paio di volte recuperiamo il mio assegno e parcheggiamo in centro. Ann Arbor è proprio un posto carino, pieno di studenti che esibiscono con orgoglio le loro magliette gialle e blu dell'University of Michigan. Mi chiedo come si siano inventati di far arrivare il sottomarino di Lost proprio ad Ann Arbor, è un casino portare un sottomarino fino a lì senza che nessuno se ne accorga, c'è decisamente troppo bagolo! Vado in banca, mi viene detto che non posso aprire un conto quindi prendo tutto cash e mi sento un po' un gangster con questa supermazzetta di soldi. Vabbè, settimana prossima mi faccio una prepagata. Fuori dalla banca incontro Chris: se non l'avete
mai conosciuto di persona, vi basti sapere che è il miglior professore del mondo, ed è pure simpaticissimo! Andiamo a pranzo in un ristorante vegetariano [stranamente sto mangiando solo cose sane e genuine, se smetto con la birra forse riesco pure a tornare dimagrito].


Torniamo a casa e chiamo Levi, aka il ragazzo più buono del mondo, nonché mio spacciatore di fiducia di burro di arachidi. Dato che lavora vicino a casa di Elena, passa a salutare, così la prima serata trascorre in allegria a birra, pane e salame.


Ecco, siamo pronti a partire per la nostra avventura serale. Programma dei oggi: Milan - Panathinaikos. Si, avete capito bene, un'epica amichevole estiva precampionato in un vecchio stadio di football. Il nome dell'evento è altisonante come pochi: "Match of the Titans". Ciò che ne esce è uno spettacolo un po' tristino durante il quale il Milan fa davvero una magra figura [tra l'altro mancavano Pirlo, Pato, Ronaldinho, Ambrosini e Inzaghi]. Finisce 0-0 e i miei idoli rossoneri vincono grazie al rigore decisivo di Bonera. L'highlight della mia serata, e forse della mia vita da spe
ttatore calcistico, è stato quando a metà del primo tempo Merkel [ma che bel giocatore!] si invola sulla fascia sinistra, mettendo in mezzo un traversone a mezz'aria. Ecco, in quel momento, con la palla lì al limite dell'area, a mezz'altezza, con il pubblico che trattiene il fiato in attesa della giocata decisiva; in quel singolo, stressante istante di tensione Gattuso, spalle alla porta, tenta una rovesciata. Gattuso. Rovesciata. Ripeto per chi non ha ancora capito. GATTUSO. ROVESCIATA. Beh, c'è riuscito, ed il portiere ha avuto il suo da fare a bloccare il tiro. Robe che se segna mi tocca tornare a piedi e offrire da bere. La serata si conclude in un posto "italiano" dove i miei affamati amici russi ordinano una superpizza. Dopo averla assaggiata, devo ammettere che non è male! Vado a letto contento e stavolta mi tocca mettere la sveglia alle 4.30 di mattina: Toronto mi aspetta.




venerdì 6 agosto 2010

Finalmente in Michigan

Detto tra noi, la business class è una figata.Arriva però il momento in cui bisogna scendere dall'aereo ed affrontare la dura realtà.
Mi ritrovo così all'aeroporto di New York, otto terminal d
i nulla assoluto. Io speravo vanamente di trovare qualcosa da fare, un posto in cui dormire, gente con cui parlare. No, troppo facile così. Niente. Frustrato come un metallaro ad un concerto dei cugini di campagna, cerco un posto dove dormire. La scelta cade su una specie di panchina durissima, così dura che ti si ammacca il sedere solo a guardarla.


Dopo un'ora di supplizio, decido che è meglio il pavimento. Mi siedo là ed aspetto il mio volo. Beh, non è così semplice, perchè quando arrivo al gate, mi dicono che non c'è speranza per me. Prendo un taxi [si, quelli famosi gialli dei film] e mi dirigo verso l'altro aeroporto di New York. L'accento del tassista è incomprensibile, più o meno come se Spitty Cash facesse da logopedista a 50 Cent. Tirando fuori tutto il fratello del ghetto che è in me mi faccio capire ed arrivo al ter
minal in tempo. Sono l'ultimo della lista dei passeggeri in stand-by.
Una persona non si trova, così per prolungare la mia agonia mi portano di fronte al portellone dell'aereo. L'impiegata della Delta entra in aereo, e controlla i posti
uno per uno. Ce n'è uno libero: mi mettono nell'aereo così posso partire per Detroit. Non dormo da una trentina di ore, ma almeno sto volando!
A Detroit incontro Jacob [un nome, un programma, per i seguaci di Lost], che mi consegna il mio bagaglio. Scendo e vedo Elena che mi sta aspettando all'uscita: finalmente le cose si mettono bene!
Andiamo a casa sua, situata in un bellissimo quartiere a nord-ove
st di Detroit, chiamato Farmington Hills, e lì ci sta aspettando suo marito Leon. Ecco, oggi ho scoperto che Leon è nato in Kamchatka: può attaccare l'Alaska su Risiko!La serata la passo a casa di amici loro, tutti simpaticissimi e tutti russi. Grigliata epica, anche se non ho capito un buon 70% di quello che si son detti tra di loro.


Dopo un dritto di quasi 50 ore, crollo in un sonno profondissimo. Meritato direi!

giovedì 5 agosto 2010

Day 0

Ed ecco che finalmente, dopo le mille peripezie che molti di voi già conoscono, arriva il grande giorno! Il piano è semplice, ma geniale [come nei film, insomma]. Partenza da Venezia alle 11.25, arrivo a Londra [Gatwick], pullman per Heathrow, volo delle 17.00 per New York, 13 ore di attesa e, dulcis in fundo, volo delle 9 di mattina per Detroit. Più facile a farsi che a dirsi [per quello nei film sti piani li mostrano senza spiegarli].
Arrivo
a Venezia di buon'ora, così ho un po' di tempo da trascorrere con le poche persone sopravvissute a quella catastrofe chiamata overbooking. Ci sono ancora le tipe che aspettano un volo per Atlanta da 5 giorni e i nonnini che si son fidati dei biglietti del figlio, non sapendo il destino che li attendeva. Marshall,un ragazzo del Michigan che vive nello Utah, non c'è più: speriamo sia riuscito a partire ieri.
Io stavolta il mio biglietto l'h
o comprato, così posso dirigermi a testa alta verso il check-in della British Airways, armato soltanto della speranza di ritrovare la mia valigia una volta giunto a Detroit. Mi fanno pure scegliere i posti per entrambi i voli: per andare a Londra son riuscito ad accaparrarmi il finestrino, per New York mi resta comunque un comodo posto corridoio. Ironia della sorte, il gate è lo stesso di domenica. Destiny calls!


Il volo per Londra trascorre felicemente tra le braccia di Morfeo.
Non vi stupirete se vi dico che pioveva. Dopo essere stato derubato di 20 sterline per un viaggio di sola andata con destinazione Heathrow, arrivo finalmente al meraviglioso Terminal 5, che si chiama terminal ma è grande come due aeroporti italiani.


Passo i controlli di sicurezza senza difficoltà [e ci mancherebbe altro, mica sono un terrorista!] e mi godo un paio d'ore di relax prima di recarmi al gate. Al momento dell'imbarco, un inglese dall'aria minacciosa strappa il mio biglietto e mi assegna un posto diverso dal mio sudato 19F corridoio. C'è scritto 12G, e penso subito che sia una fregatura. Mi avranno dato uno di quei posti in mezzo a tutti, quelli da cui riesce ad uscire solo l'ispettore Gadget. E, visto come è iniziata la mia avventura, sono anche abbastanza sicuro che i miei vicini di posto saranno un obeso, un vecchio puzzolente ed un neonato insonne con le coliche.

Entro in aereo, una gentilissima hostess dal forte accento britannico mi dà il benvenuto a bordo, indicandomi la via da seguire per il mio posto. Ancora un po' incazzato per aver perso il mitico 19F, mi incammino alla ricerca del 12G... ma aspetta, è un sedile grandissimo! A dirla tutta non si può definirlo un sedile, sembra più che altro l'interno di una navicella spaziale uscita da un film di George Lucas. Cerco la spada laser nel bagaglio a mano, ma non la trovo. Non sto sognando, quindi. Chiedo alla hostess se è l'unico posto 12G dell'aereo, e mi risponde in maniera affermativa: miracoli del tanto odiato overbooking, sono finito in business class. Non faccio in tempo a sedermi che un'altra hostess mi chiede se preferisco champagne, acqua o succo d'arancia. Faccio l'umile, non prendo niente. Poi decido che ho fatto un po' troppo l'umile e prendo l'acqua: il bicchiere è di vetro, e c'è stampigliato "British Airways" sul fondo.

Faccio un po' di inventario e catalogo quanto segue:
  • Sedile modello Star Trek con pulsantiera retroilluminata per regolazioni al limite del contorsionismo;
  • Poggiapiedi con inclinazione variabile;
  • Generoso schermo touchscreen da 10 pollici;
  • Super telecomando che funziona anche da telefono [previa strisciata Mastercard, naturalmente];
  • Cassetto estraibile dove mettere le scarpe;
  • Plaid, ipercomodo - Copia del Times
  • Cuffie super dolby surround
  • Una bustina contenente una mascherina per gli occhi, tappi per le orecchie, spazzolino, dentifricio, calzini comodissimi, balsamo per le labbra, crema idratante, salviettina viso all'albicocca, due bustine di contorno occhi al pro-collagene ed un buono sconto del 20% per non so cosa.


Alla mia destra [in business class significa a mezzo metro dal mio sedile] si siede un ragazzo che ha tutta l'aria di essere stato baciato dalla fortuna come me. L'accento lo tr
adisce, rivelandone le origini vicentine. Ebbene si: due veneti a Buckingham Palace, tutti e due increduli. God save the Queen.


Nel frattempo l'hostess passa di nuovo a chiedere se va tutto bene, consegnandomi il menu del giorno. C'è anche la carta dei vini. Questa volta non dispone di un misero vassoietto, ma è armata di un carrello colmo di ogni ben di dio.
Vengo subito rifornito di noccioline e de
cido finalmente che un viaggiatore di business class merita molto più che semplice acqua. Opto per un Sauvignon Blanc neozelandese, l'hostess me lo fa degustare prima di versarmene un calice. Passerà poi diverse volte a chiedermi se ne desidero ancora. Decido che per cena avrò un insalata di salmone affumicato, seguita da trota gallese in salsa di limone, piselli alla menta e patate novelle al forno. Una panna cotta per dessert può andare bene. Posate pulite ad ogni portata.


Sorseggio il mio caffè, degna conclusione di un ottimo pasto, quando faccio la conoscenza di Albina. Sta dall'altra parte del separé e viaggia con la figlia Victoria, di anni 2.
Lei è una ragazza ucraina di 28 anni, che vive nel Connecticut da un bel po' e sta tornando dall'Italia, dove è stata a trovare la famiglia del marito. La conversazione è piacevole, ed a tratti vi si unisce anche Alberto, l'amico vicentino. Scopro così che Albina, tra le tante cose, è stata per 10 anni un'acrobata al circo. Ora fa la mamma a tempo pieno, occupazione altrettanto ricca di insidie.


Riempio il modulo della dogana in due minuti, tanto non ho nulla da dichiarare. Tiro fuori il portatile e metto nero su bianco l'inizio della mia avventura.
Ora Albina e Victoria dormono abbracciate, e mi sa che un pisolo me lo faccio pure io. Ci vediamo nella grande mela.